LA VIA DELLE GRANCE E DEI CASTELLI

 

Mario Evangelista 6/7/2011

Rapolano Terme - Serre di Rapolano - Asciano - Monteroni d’Arbia - Murlo

LA VIA DELLE GRANCE E DEI CASTELLI

Per secoli contrafforti, torri e casseri hanno protetto la storia e le vicende umane degli abitanti di questo territorio. Oggi il viaggiatore può toccare con mano questa storia semplicemente visitando gli splendidi castelli e le grance che impreziosiscono le Crete senesi. 

 

Non si finisce mai di rimanere stupiti dalla bellezza e dalla complessità di questo territorio. Sicuramente le grance e i castelli hanno una grande parte in questo stupore.

Sono una presenza costante del paesaggio, sempre vigili e perfettamente integrati in ogni scorcio, quasi fossero lì dalla notte dei tempi. Si incontrano facilmente lungo le strade provinciali e la via Lauretana, perfetti nei loro corpi di travertino e cotto, che contrastano con l’azzurro da cartolina del cielo. Con questo itinerario ne andiamo a scoprire gli esempi migliori.

Cominciamo dal territorio di Rapolano Terme, con la magnifica grancia di Serre ed i castelli di Armaiolo, Modanella e San Gimignanello. Proseguiamo così verso Asciano, con le fortificazioni di Gallico e Leonina, e andiamo nel territorio di Monetroni d’Arbia, che ci attende con una delle grancie meglio conservate, quella di Cuna.

Ma non dimentichiamo anche i castelli di Saltennano e San Fabiano, per concludere il nostro viaggio con una visita al borgo fortificato di Murlo.

 

Il territorio di Rapolano Terme
La giurisdizione del borgo di Rapolano riserva non poche sorprese al viaggiatore curioso e accurato, offrendogli un patrimonio storico, archittettonico e naturalistico di grande interesse. Naturalmente il nostro sguardo punta alla ricerca di grance e castelli del territorio rapolanese: una ricerca assai facile in una terra tanto ricca di storia.


Grance e Palazzi imperiali a Serre di Rapolano


Serre di Rapolano si trova a pochissimi minuti di viaggio da Rapolano ed è uno dei rari casi in cui il paese si è sviluppato intorno alla grancia, rimanendo abitato fino ad oggi.

Per tale motivo la grancia di Serre ha avuto modo di essere “seguita” più da vicino dai suoi abitanti, senza rimanere mai disabitata o inattiva.

La storia di questo complesso architettonico è antichissima, ma soprattutto ci svela come la grancia non sia sempre stata tale. Se passeggiamo per il borgo di Serre di Rapolano e ci imbattiamo nella splendida porta di San Lorenzo possiamo notare sulla sinistra un torrione fortificato a pianta irregolare.

È la parte più antica della grancia, l’ultimo residuo del precedente Palazzo Imperiale.

Il nucleo centrale è stato edificato nel XII sec., ai tempi di Federico Barbarossa, mentre Federico II ne ha espressamente richiesto la fortificazione.

Al torrione appena citato sono state aggiunte negli anni altre due torri, che si appoggiano alla cinta muraria.

Nonostante l’austerità militare il palazzo è stato anche una sede pubblica, ospitante la curia dei giudici imperiali e le milizie mercenarie. Soltanto dopo il 1234 la fortificazione diviene di proprietà della famiglia Cacciaconti, fino all’anno 1318, data in cui il complesso viene destinato all’Ospedale di Santa Maria della Scala.

La nascita della grancia fortificata si può far risalire al XV sec., in seguito ai massicci danni arrecati dalle incursioni del guerriero ribelle Ugo de’ Rossi.

Da ciò l’Ospedale è stato autorizzato dal governo senese a costruire una nuova fortificazione, fondendola con l’antica e creando così una struttura in grado di contenere ingenti quantità di granaglie o altri materiali adatti all’attività agricola.

Nel corso dei secoli il nucleo della grancia ha subito radicali modifiche, dovute ad ammodernamenti oppure a distruzioni militari, come nel 1555, anno in cui il conte di Santa Fiora ha fatto abbattere parte del muro di cinta e della torre del Poggio.

Dalla base della torre il rettore Claudio Saracini ne ha edificata una nuova nel 1575, ad uso della fattoria. Sul chiudersi del Settecento la grancia ha cominciato a smembrarsi tra proprietari sempre più piccoli e in seguito, nel XIX e XX sec. è stata adibita a luogo di ricovero degli indigenti e contestualmente viene utilizzata ancora come magazzino agricolo.

Recentemente il comune di Serre ha acquistato l’immobile reallizzandovi un Museo dell’Antica grancia e dell’Olio.

Lo si incontra percorrendo via Fratelli Rosselli. Nella piccola piazzetta su cui si affaccia l’entrata del museo si trova una porta di dimensioni notevoli, costruita all’epoca del rettore Paolo di Paolo Serfucci (1404 - 1410) e abbellita due secoli più tardi sotto il rettorato di Filippo Tondi.

Oggi la grancia è divisa in due parti, di cui la prima è adibita a museo mentre la seconda, che si sviluppa a partire da un cortile interno dietro il museo, è parzialmente abitata.

È questa la cosa più bella della grancia di Serre, il legame mai interrotto con la gente del posto e la sua posizione fondamentale all’interno dell’abitato. Entriamo a questo punto nel museo, dove possiamo godere della bellezza degli ambienti interni. Di grande pregio è soprattutto la Sala del rettore (precedentemente conosciuta come Sala del Granciere), oggi adibita a sala conferenze, abbellita dal camino monumentale in stile barocco posto sulla sinistra.

Molto probabilmente la sala ha ricevuto un riammodernamento nel 1531, data ricavata da una delle travi poste all’interno, e un ulteriore modifica dell’ambiente nel 1629, quando è stato costruito il camino appena menzionato, sotto il rettorato di Agostino Chigi.

Proseguendo nel museo troviamo numerosi altri ambienti, finemente restaurati e resi disponibili per esposizioni temporanee o degustazioni di prodotti tipici del territorio.

Uscendo dal museo e girando subito sulla sinistra si accede alla seconda parte della grancia. Superato un piccolo arco si entra in una corte interna con al centro un pozzo, dove sulla destra si sviluppa la parte più antica, la torre del Poggio, o meglio quello che ne è stato ricostruito in seguito alla sua distruzione cinquecentesca.

Come si può notare la grancia di Serre è un organismo che respira, che porta i segni del tempo e dello sviluppo di questa comunità, che parla di sofferenze di guerra ma anche di alacre vita agricola e sudato benessere.

È affascinante aggirarsi per i suo ambienti in cotto e travertino e immaginarne la vita e le vicende che l’hanno resa viva nei secoli.

La cosa più affascinante che si possa fare in questo luogo è toccarne i mattoni sbreccati e pensare a quanti prima di noi hanno compiuto tale gesto, nella lunga e irrequieta esistenza di questo cuore fortificato.  

 

 

Il Castello di Modanella


Salutiamo la suggestiva grancia di Serre e percorriamo la srada comunale di Poggio Santa Cecilia e la Strada Comunale di Modanella, che ci conducono direttamente presso l’omonimo borgo.

Qui si trova il celebre castello di Modanella, uno degli esempi più pregevoli di costruzioni fortificate di tale territorio. Nonostante i rimaneggiamenti susseguitisi nel corso dei secoli la fortificazione ha mantenuto molti elementi della sua antichissima fondazione.

Nel XIII sec. entra a far parte del contado senese, ma la sua origine è ancora più antica e la famiglia Cacciaconti ne era già proprietaria prima dell’annessione al contado.

A partire dalla fine del XIII sec. fino al Settecento il complesso è stato gestito dalla famiglia Piccolomini. Oggi il castello è una villa privata, ospitante un prestigioso luogo di villegiatura e relax, tuttavia ancora visitabile previa autorizzazione dei proprietari.

Intorno ad esso ci accolgono ulivi e cipressi, che con il loro profumo impreziosiscono l’aria purissima del luogo. Un piccolo sentiero sterrato costeggiato da muretti a secco discontinui ci introduce alla piazzetta, su cui si affaccia la Chiesa di San Giovanni.

L’interno è visitabile soltanto la domenica e la sua sistemazione odierna è frutto di una riorganizzazione barocca.

Ben presto lo sguardo viene attratto dall’aspetto austero ma accogliente della torre dell’orologio, perfettamente conservata, che sorveglia la piazza da circa otto secoli.

Nella piazzetta è molto suggestiva la loggetta in due ordini che vi si affaccia, che con i suoi mattoni in cotto crea un’alternativa cromatica all’onnipresenta pietra, donando un tocco caldo e rassicurante all’insieme degli edifici.

Le cinta murarie che contornano la fortezza sono ancora ben conservate e al loro esterno possiamo passaggiare in un caratteristico giardino all’italiana mentre ampliando ancora lo sguardo si può notare il grande parco che incornicia la fortificazione.

 

 

Borgo e Castello di San Gemignanello


Lasciamo alle nostre spalle Modanella per scoprire un luogo altrettanto interessante, anch’esso carico di storia. Puntiamo verso San Gemignanello, a soli dieci minuti di viaggio (» Strada Comunale di Serre - Raccordo Bettolle Sinalunga, uscita Asciano - SS438).

Il piccolo caseggiato di San Gemignanello (anche conosciuto come San Gimignanello) viene ricordato per la prima volta in una testimonianza scritta del 1022.

In quell’anno Walfredo del fu C. Ranieri di Walfredo di Asciano risiedeva nel castello e a lui dobbiamo il primo atto notarile che menziona la fortificazione (probabile è un collegamento fra Walfredo e la famiglia degli Scialenga). Nel XII sec. è stato di proprietà della famiglia Baronti, ma successivamente è passato nelle mani dei conti della Scialenga, signori di Asciano.

Tra gli ultimi possessori nel Settecento figurano i Sansedoni, che hanno riedificato la chiesa dei santi San Fabiano e San Sebastiano, di cui parleremo a breve.

Si può accedere alla piccola piazzetta prospiciente il portone anche con la macchina, attraversando un gradevole vialetto alberato.

Sulla destra della strada si nota l’inaspettato laghetto, che sorprende il viaggiatore per la sua bellezza. Nella piazzetta notiamo l’imponente portone centrale, che protegge il cortile interno del torrione.

Ad affacciarsi sulla piazza c’è la chiesa di San Fabiano e San Sebastiano, la cui fondazione risale al 1302. Oggi la chiesa non è visitabile se non la domenica, negli orari compresi tra le funzioni religiose. All’interno possiamo trovare una Madonna con Bambino fra San Sebastiano e San Fabiano risalente al Seicento e un crocifisso ligneo del Settecento.

Il cortile interno del castello non è di norma visitabile, ma è pur sempre possibile chiedere il permesso agli odierni proprietari.

Il complesso fortificato è oggi privato ed è utilizzato per lavori agricoli, come ci racconta il delicato profumo di vinacce che campeggia nella piazzetta antistante.

Il torrione centrale della fortificazione, alloggiato nella piazza d’armi, è stato ricostruito partendo da una base che si è conservata.

La rimanente parte superiore è frutto di un adattamento ottocentesco.

 

 

Il borgo medievale di Armaiolo


Riprendiamo il raccordo Siena-Bettolle (entriamo ad Asciano e usciamo presso Rapolano Terme) per raggiungere Armaiolo, un borgo fortificato posto nelle vicinanze di Rapolano Terme.

Nel corso dei secoli le vicende di questo insediamento sono state alquanto burrascose.

Durante il XII sec. è stato di proprietà delle famiglie Spadalonga e Adilasia, anche se nel secolo successivo il governo senese ha voluto appropriarsi della fortificazione.

Nel 1554 il borgo è stato incendiato e distrutto dall’esercito fiorentino e da quello imperiale.

Nonostante ciò l’assetto urbanistico di Armaiolo conserva ancora gli stilemi tipici del borgo medievale, con i suoi vicoli stretti e la pavimentazione realizzata con pietre di grandi dimensioni.

Numerose sono le testimonianze medievali rimaste, soprattutto dal punto di vista architettonico.

A nord dell’abitato si possono ammirare i resti di due torri in pietra e della cinta muraria.

Nel centro del paese troviamo la chiesa di San Giovanni Evangelista, costruita originariamente nel XIV sec. ma in seguito completamente riedificata negli ultimi anni dell’Ottocento.

All’interno possiamo ammirare una tela settecentesca raffigurante l’Ultima Cena, proveniente dalla chiesetta del Corpus Domini fuori dalle mura.

Nei pressi della chiesa di San Giovanni troviamo una interessante torre a pianta pentagonale ricca di stemmi e iscrizioni accumulatesi nel corso della lunga storia di Armaiolo.

Il grande parco su terrazzamenti che circonda l’abitato è una testimonianza della Villa Camaiori, oggi diventata un agriturismo di proprietà privata, chiamato Tenuta Armaiolo.

Castello di Gallico
Lasciamo Armaiolo e ci incamminiamo verso sud, in direzione Poggio Pinci e villa Montalceto per arrivare al Castello di Gallico, un esempio perfettamente in bilico tra la struttura della grancia e il borgo fortificato. Dalla strada è subito visibile, immerso nel verde e in una posizione privilegiata, abbarbicato su di una piccola collinetta.

I suoi elementi volumetrici in mattoni rossi spiccano nel paesaggio delle Crete e lasciano intuire già la sua struttura.

Il castello è a pianta quadrata con quattro torri angolari, più una in corrispondenza dell’ingresso, tutte con base a scarpa.

La sua conformazione è tipica delle fortificazioni senesi del XIII e XIV sec. Infatti nel 1319 il complesso viene acquistato dalla famiglia senese dei Tolomei, che lo utilizza per la prima volta anche come deposito agricolo, cominciando la trasformazione in castello-grancia.

Nel 1700 viene invece ceduto all’ Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena, istituzione che ha raccolto per molti secoli donazioni di beni terrieri e immobili, utilizzandoli come punti di riferimento economico per la produzione agricola e la gestione del patrimonio fondiario.

Sfortunatamente il complesso non è visitabile dall’interno in quanto è stato recentemente acquistato e recintato, ma una sua semplice visione, anche se nelle vicinanze, risulta altrettanto emozionante.

 

 

Castello di Leonina


Ritorniamo verso Asciano e ci dirigiamo verso un’altra pregevole testimonianza fortificata del territorio senese, il Castello di Leonina, a circa venti chilometri da Asciano (» SP438).

È preferibile evitare il Raccordo Siena-Bettolle per godere al meglio del paesaggio circostante le grance e i castelli. Ancora oggi il modo migliore per raggiungere queste strutture è percorrere le strade provinciali, spesso costruite sulla base di antichi percorsi utilizzati nel corso dei secoli.

Il castello di Leonina si raggiunge attraversando dolci declivi collinari, impreziositi da filari di cipressi che sembrano adornarli a mo’ di corona.

E in questo splendido paesaggio i chilometri scorrono veloci sotto i pneumatici e senza neanche farci caso siamo già arrivati a Leonina.

La fortificazione è stata una curtis regia a partire dal 998, ma la struttura originaria del castello è purtroppo andata distrutta in seguito ad una battaglia del 1234, che ha visto l’esercito orvietano in lotta contro le armate senesi.

Sul chiudersi del Novecento il castello è rimasto abbandonato, poi adibito a fattoria, mentre oggi è uno degli edifici storici meglio restaurati tra quelli presenti nel territorio.

Ha contribuito a ciò la trasformazione del complesso in un relais di grande pregio.

Ciononostante la fortificazione è visitabile e il restauro ha riportato gli edifici ad uno splendore inatteso. Ad accoglierci nelle mura di cinta di mattoni rossi è la splendida porta, affiancata sulla nostra destra da una piccola torretta con base a scarpa.

All’interno delle mura sono stati restaurati tutti i piccoli edifici compresi nella cinta muraria, oltre che la cappella denominata di San Bartolomeo a Leonina, edificata per mano della famiglia Chigi di Siena in seguito alla distruzione dell’esercito orvietano.

La chiesa presenta i classici connotati architettonici delle piccole pievi di campagna, con navata unica e ingressino frontale molto semplice, ornato da una lunetta in terracotta sorretta da un architrave in pietra ben visibile.

All’interno la chiesa si presenta molto sobria, con stucchi di derivazione seicentesca.

 

 

Monteroni d’Arbia e le sue fortificazioni

La grancia di Cuna


Il territorio comunale di Monteroni d’Arbia comprende una delle grance meglio conservate di tutto il territorio delle Crete, la grancia di Cuna. Vi si arriva percorrendo la Cassia Sud (» SR2) seguendo l’uscita per Monteroni d’Arbia Nord. Dalla strada la gigantesca fortificazione è già visibile.

Appollaiata su una collinetta si staglia contro l’orizzonte mostrando i suoi mattoni rossi di cui è completamente costruita.

Ben visibili anche dalla strada sono la massiccia torre e il granaio principale, l’elemento più grande di tutto il complesso.

La storia di questa grancia comincia nel XII sec., periodo in cui il nucleo centrale del complesso è adibito a “Spedale”, atto al ricovero di pellegrini e frequentatori della via francigena, prossima in questo punto al corso dell’Arbia.

La sua funzione viene modificata nel XIII sec, nel momento in cui diventa proprietà dell’Ospedale di Santa Maria della Scala. A partire da questo periodo l’Ospedale ha sviluppato il complesso fortificandolo notevolmente e costruendo una prima cerchia di mura e il granaio, ancora oggi nucleo centrale di tutto il complesso, assieme alla più antica casa-torre.

A differenza della grancia di Serre quella di Cuna presenta fortificazioni più imponenti, dettate dalla sua posizione altamente privilegiata dal punto di vista strategico e dal suo isolamento.

Nel XIV sec. infatti le fortificazioni ad opera dell’Ospedale di Santa Maria si sono susseguite, aggiungendo al nucleo originale un nuovo granaio e apportando miglioramenti strutturali alla chiesa dei santi Giacomo e Cristoforo, già in stato di conervazione precaria nel Duecento e oggi ben restaurata, con resti frammentari di affreschi trecenteschi.

In questo secolo è stata aggiunta anche una seconda cerchia di mura, oggi quasi totalmente distrutta, che non è però riuscita ad impedire il saccheggio della grancia nel 1554, unico episodio che ha realmente messo a rischio la conservazione di tutta la fortificazione.

In seguito a tale infausto evento le fortificazioni del complesso si sono mantenute in ottima salute, permettendoci ancora oggi di ammirarle.

A contribuire a questa conservazione è stato il continuo utilizzo della grancia, che non è stata mai dismessa o abbandonata, similmente ad altre testimonianze presenti sul territorio.

In questo senso la fortificazione di Cuna ha condiviso il destino della grancia di Serre.

Entrambe le strutture infatti sono state le uniche a non essere rientrate nelle alienazioni dell’Ospedale disposte dal Granduca Leopoldo di Lorena nel 1775.

In particolare quella di Cuna è stata affidata ad una commissione apposita incaricata di gestirla.

A partire invece dal 1873 la grancia e i suoi possidimenti sono stati smembrati e venduti ai privati. Oggi possiamo ancora notare la prima cinta muraria, rinforzata da due torri, poste rispettivamente presso l’angolo sud-ovest e sud-est.

All’interno della fortificazione è ancora ben conservata la rampa scoperta che permette di entrare nel cuore della fortificazione e sono inoltre ancora visibili i camminamenti di ronda che lasciano percorrere il perimetro murario rimanendo nei piani alti.

Interessante è il barbacane di via Villa Magna.

La stradina è stata creata dalla cotruzione delle case poste molto vicino alla prima cinta muraria.

Di conseguenza le abitazioni hanno generato un ulteriore anello intorno alla cinta originaria.

Molto probabilmente l’abitato era protetto dalla seconda cinta muraria, oggi però distrutta.

Di buona conservazione sono anche altri ambienti, come quello della tinaia, uno spazio posto lungo il lato est e fronteggiato da una torre.

Questo spazio seminterrato costituisce il piano inferiore del corpo di fabbrica dei granai ed è ancora utilizzato come locale per la conservazione del vino.

Sopra la tinaia si sviluppano altri ambienti, come il primo granaio, dall’ampiezza di trentaquattro metri quadri circa.

Ma la vera bellezza di questa grancia sta nell’essere ancora abitata.

Al primo piano infatti, in quei locali un tempo dedicati al cosiddetto “Scrittore delle Grance”, incaricato di controllare la produttività del complesso ad intervalli regolari, sorgono degli appartamenti, il chè da una grande vitalità all’ambiente.

Continuando a salire troviamo al secondo piano altri elementi ottimamente conservati quali una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana e un altro piccolo ambiente dove è collocato il forno, preceduto da un piccolo spazio chiamato “antiforno”, diciamo un’anticamera che introduce al forno vero e proprio un tempo chiamato “stufa”.

È possibile continuare nella salita e visitare il terzo ed ultimo piano della grancia, che presenta ambienti molto più vasti dei precedenti.

Questo perché venivano utilizzati come laboratori e come magazzini per tutti i prodotti della grancia.

Qui venivano infatti conservate pelli, fiaschi, legumi, fave, segale ecc.

In questo piano si provvedeva a realizzare tutto ciò che potesse servire alla comunità, come tessuti per il vestiario, coperte e biancheria per la casa.

Ultimo elemento ancora da visitare è la casa padronale, ancora definita “il palazzo” dagli abitanti del borgo. Anch’essa si sviluppa su tre piani e si affaccia su un cortile interno con la sua mole semplice e austera.

Il suo aspetto privo di decorazioni e la sua pianta quadrata la rendono un componente bei integrato alla cinta muraria su cui è costruito.

La casa padronale può essere l’emblema ideale della comunità di Cuna, ovvero la fusione perfetta tra l’antica storia di questa fortificazione e il susseguirsi secolare delle vicende umane dei suoi abitanti.

Ci spostiamo adesso in cerca dei possedimenti afferenti alla grancia di Cuna, sparsi per tutto il territorio di Monteroni d’Arbia. Anche nell’omonimo centro abitato possiamo trovarne una testimonianza: è il mulino fortificato, splendido esempio di architettura senese, realizzato con materiali simili alla grancia che abbiamo appena visitato e situato nella Piazzetta del Mulino.

La proprietà da parte del borgo di Cuna è attestata a partire dal Trecento, secolo in cui se ne ha testimonianza in alcuni atti notarili che menzionano il mulino.

La sua fortificazione è precedente e sembra risalire al XIII sec.

Insieme al mulino di Isola d’Arbia è stato il più attivo del territorio delle Crete senesi, che ad esso è simile anche nella costruzione.

Di grande interesse è la costruzione del sistema idraulico a quattro palmenti, ovvero a quattro mole per la macinazione delle farine. Da alcuni documenti cinquecenteschi risulta un utilizzo del sistema anche a due palmenti, molto probabilmente a causa della riduzione di portata dell’acqua.

Il mulino provvedeva alla lavorazione delle sementi per l’ottenimento delle farine e inoltre era utilizzato come gualchiera, ovvero come laboratorio equipaggiato da una serie di magli idraulici in grado di ammorbidire le fibre della lana per poi renderle lavorabili.

Dal borgo di Monteroni d’Arbia possiamo continuare il nostro viaggio in cerca del castello di San Fabiano, vicinissimo al centro abitato. Il complesso fortificato, comprendente anche la chiesa dell’omonimo santo, è ricordato già a partire dall’anno 867 nelle cronache senesi.

Per gran parte della sua storia è stato di proprietà degli Angioini, che lo hanno utilizzato come residenza di campagna e luogo ideale di sosta durante le numerose trasferte verso Parigi.

Dal XVI sec. diviene proprietà della famiglia Bichi Ruspoli Forteguerri.

Oggi invece, da circa sessant’anni, è di proprietà del Conte e della Contessa Fiorentini, che lo hanno restaurato con grande attenzione ai particolari e alla storia, trasformandolo in un luogo accogliente per chi voglia trascorrere una vacanza immersi nella natura delle Crete senesi.

Il nostro viaggio prosegue scendendo verso sud in direzione del castello di Saltennano (o Saltemnano) e percorrendo la via Cassia sud (» - SR2 - Strada provinciale Vescovado-Murlo - SP34a).

Il castello è visibile già dalla strada e attira la nostra visuale per la sua inconsueta gentilezza nelle forme, inusuali per una fortificazione di qusto tipo. Pur essendo di origini medievali - la sua prima menzione in un documento risale al 1055 - è stato recentemente acquistato dalla famiglia senese dei Massari e adibito a residenza di campagna.

L’entrata al complesso fortificato è meravigliosamente conservata e presenta due torrioni costruiti in mattoni rossi con base a scarpa, entrambi inglobati nella cinta muraria.

Oggi la fortificazione è stata trasformata in una pregevole agriturismo da Giulio Massari, che, nel rispetto dell’aspetto originario degli edifici, l’ha finemente restaurata aggiungendovi nel cortile esterno una piscina per gli ospiti. Ci dirigiamo adesso verso uno dei castelli meglio conservati della zona e situato presso il borgo di Grotti (» Monteroni d’Arbia - SP23).

Bastano pochi chilometri per arrivare al Castello di Grotti, già visibile dalla strada nella bellezza dei suoi volumi geometrici perfettamente distribuiti.

Le prime notizie riguardo la fortificazione risalgono ad un documento del 1221, anche se è verosimile una sua fondazione di gran lunga precedente, senza considerare che il sito era già stato utilizzato dagli etruschi.

L’edificio ha ospitato nel corso del XIII sec. il ricco mercante Orlandino di Azzo, la cui proprietà della fortificazione è passata in seguito alla nobile famiglia degli Ugurgeri.

La posizione strategica del castello, che domina la valle dei torrenti Sorra e Merse, lo ha reso bersaglio ambito nel corso dei secoli, assieme alle alte torri del complesso, denominate di Sant’Ansano e delle Strine Alte. Per tale motivo il castello è stato pesantemente danneggiato insieme alla torre delle Strine nel 1554, anno del conflitto che ha visto i Medici alleati con le truppe austro-ispaniche contro il governo senese. Della struttura fortificata ci colpisce la sua pianta ad U presentante due torri prospicienti il piazzale, con un’ampia base a scarpa.

Una forma alquanto inusuale rispetto a quanto incontrato finora e inconsueta anche nei materiali costruttivi, che prediligono la pietra piuttosto che il cotto.

La sua situazione conservativa eccellente è dovuta ai numerosi restauri susseguitisi negli anni. Nel XIX sec. è stato infatti di proprietà della famiglia Nerli mentre nel Novecento viene adibito a residenza di campagna dalla famiglia Piccolomini.

L’edificio inoltre è circondato da due ettari di giardino all’italiana e da un giardino all’inglese con viali alberati e vicoli ricchi di statue e sedute.

Oggi il Castello di Grotti è il centro di un’azienda agrituristica conosciuta per il suo prezioso olio IGP toscano ed è contornato da ville e casali in cui è possibile trascorrere alcuni giorni di relax.

Tra queste residenze spicca per il suo pregio la Villa Ballati, oggi finemente restaurata e restituita alla sua bellezza originaria. Lasciamo così il castello di Grotti, con il suo intrigante parco, per procedere verso l’ultimo punto del nostro itinerario, il castello di Murlo, a circa tredici chilometri di distanza (» SP46 - strada provinciale di Murlo - SP33 ).

Il terrotorio di Murlo è stato nei secoli uno dei più frequentati e produttivi di tutte le Crete senesi, anche nel periodo etrusco arcaico fino ai primi secoli dopo Cristo.

Non c’è da meravigliarsi quindi che l’omonimo castello sia anch’esso molto antico e posto nei pressi di un sito etrusco. Le prime notizie della fortificazione si hanno già nel 1151, anno in cui Murlo e la sua giurisdizione appartenevano ai conti dell’Ardenghesca, poi ceduta al vescovo di Siena Ranieri.

La sua origine sembra però anteriore e risalente ai primi decenni dell’anno Mille.

La proprietà di Murlo da parte di personalità di spicco del mondo religioso ha contribuito a creare per il castello e il borgo una situazione istituzionale privilegiata nel XII e XIII sec., che permetteva tra l’altro di sottrarsi al pagamento dei dazi. Nel 1387 si giunge ad un accordo utile ad eliminare le controversie.

Tra le imposizione comminate al borgo figuravano: l’offerta di un cero di undici libbre per la città di Siena ogni Ferragosto; l’obbligo per i murlesi di impugnare le armi in favore del governo senese e l’impossibilità di ospitare banditi ricercati da Siena.

Anche per il castello di Murlo il 1554 è stato un anno di grandi devastazioni, che ne hanno compromesso la struttura originale, presto restaurata dall’arcivescovo Francesco Piccolomini. Caso quantomai insolito i privilegi di Murlo sono stati mantenuti dalla comunità anche diversi secoli dopo, fino addirittura al 1749, data in cui vengono aboliti da Leopoldo I.

La bellezza del complesso di Murlo sta nel suo essere rannicchiato intorno a se stesso, appollaiato su una piccola collinetta e quasi timido nel mostrarsi ai visitatori che lo scorgono dai piedi della collina.

Più che di un castello si può parlare di un borgo fortificato, in quanto la cinta muraria è costituita dalle case stesse, che proteggono due palazzotti centrali in pietra con tetto in mattoni rossi già visibili dall’entrata, costituita da una porta-arco di identici materiali.

Nella sua minuta forma presepistica, il piccolo castello di Murlo ci permette di toccare con mano uno stile di vita tanto antico quanto per noi inimagginabile nel XXI secolo.   

 
LE CRETE SENESI AL TEMPO DI ETRUSCHI E ROMANI

 

Le Crete senesi al tempo di etruschi e romani

Un piccolo excursus storico-archeologico che ci aiuta a capire l’origine etrusco-romana di questo territorio e che cosa si è conservato delle antiche civiltà che la hanno abitata.

 

Nel territorio delle Crete, e più in generale nel senese, sono stati ritrovati elementi della civiltà etrusca di grande pregio. I più antichi risalgono al periodo etrusco denominato villanoviano, all’incirca risalente al X sec. a.C. In questo lasso di tempo abbiamo testimonianze archeologiche in Val d’Elsa, come il villaggio di Campassini (Monteriggioni), i cui scavi sono iniziati negli anni Novanta del Novecento.

L’abitato è databile intorno all’VIII sec. a.C., una sistemazione cronologica dedotta dal tipo di insediamento ancora primitivo, con case distanziate le une dalle altre e la zona della necropoli posta nei pressi dall’abitato. Nel corso del VII sec. a.C. l’economia di tale insediamento etrusco si sviluppa, ponendo al centro dell’abitato i laboratori atti alle principali attività produttive, come la lavorazione dei metalli, della ceramica, delle ossa. Sul chiudersi di questo secolo l’agglomerato viene abbandonato.

Altri reperti di notevole interesse sono nelle necropoli di Le Ville e di Dometaia, in cui si sono conservati numerosi vasi etrusco-corinzi che denotano una grande comunicazione commerciale con l’Etruria costiera, sottolineando il fondamentale ruolo viario dell’Ombrone e della Merse come collegamenti con la Val d’Elsa. Con la fase arcaica (VII-VI sec. a. C.) si assiste ad un notevole incremento della produttività degli insediamenti e di conseguenza ad una stratificazione sociale dettata dal modificarsi delle condizioni economiche delle famiglie.

Soprattutto nella val di Merse sono stati ritrovati piccoli villaggi con case ravvicinate, realizzate in materiale deperibile, mostranti tracce di una aristocrazia minore, individuata in base al ritrovamento di fattorie e necropoli.

In tale periodo si può ancora riscontrare un’economia prettamente agricola, gestita da un’aristocrazia in via di sviluppo. Lo confermano alcuni scavi nel Chianti, ad esempio a Castellina. In questo caso l’abitato più compatto è posto al di sotto di una collina, mentre al di sopra è ospitata l’abitazione della famiglia più ricca, contornata dalla necropoli.

Una simile situazione è ben rappresentata dai reperti ritrovati nei pressi di Asciano e contenuti nel Tumolo del Molinello.

Il sito è posto lungo la strada tra Poggio Pinci e Serre di Rapolano e presenta quindici tombe a camera, databili in un anrco temporale che va dal VII al I sec. a.C.

La tomba pone in risalto l’egemonia della famiglia etrusca Marcni, che contollava non solo i terreni agricoli ma anche le vie di comunicazione prossime ad Asciano.

All’interno della sepoltura sono state rinvenute numerose testimonianze di grande pregio, tra cui un ben conservato coperchio di sarcofago e del vasellame.

Oggi gran parte degli oggetti scoperti sono conservati nel museo di Palazzo Corboli ad Asciano. Nel corso del V sec. a.C., periodo denominato età classica, nel territorio senese e delle Crete si riscontra una scarsa continuità con gli insediamenti del periodo precedente.

Anzi si registra una certa regressione demografica, dovuta principalmente all’abbandono dei piccoli agglomerati e al concentramento della popolazione in centri più grandi.

Durante l’età ellenistica la val di Merse sembra ancora soffrire di questa recrudescenza demografica mentre la zona di Murlo subisce un forte incremento della popolazione, mostrato da insediamenti di case a maglie larghe con necropoli e attività produttive.

Verso sud, nei territori di San Giovanni d’Asso e della val d’Orcia, ritroviamo la stessa tipologia di insediamenti, che sottolineano l’esistenza di famiglie più ricche con case di maggiori dimensioni e necropoli poste nelle loro vicinanze. Nel periodo ellenistico si consolida inoltre la struttura dell’oppidum, piccolo villaggio con cenni di fortificazione, di cui ci sono rimaste pregevoli testimonianze nel Chianti, al confine del territorio volterrano.

Nella zona di Montalcino è invece conservato l’oppidum della Civitella, fra le migliori testimonianze rimaste di tale tipologia nucleo abitativo.
In seguito all’era ellenistica si può notare una fusione tra usi e costumi etruschi e romani.

Un esempio può essere il complesso termale di Campo Muri, nei pressi di Rapolano terme.

Il sito archeologico presenta un insediamento termale pluristratificato con una superficie pari a 8000 mq. Gli scavi hanno riscontrato l’esitenza di un sito di culto legato alla sorgente delle acque termali e collocato nella zona denominata Buca delle Fate, in cui è stato ritrovato un altare votivo. È stata inoltre rinvenuta una vasca termale con gradoni perimetrali e con fondo realizzato in pietra di travertino.

Il sito ha portato alla luce anche numerosi manufatti come stauette e monete bronzee.

Nel territorio di Asciano è ubicata invece la necropoli di Poggio Pinci, contenente nove tombe databili dal V al I sec. a.C., di grande interesse per la loro costruzione perché scavate nella parte più superficiale del travertino, substrato geologico dell’area.

All’interno sono state rinvenute ceramiche rosse di manifattura chiusina o volterrana, ceramiche nere e alcune statuette bronzee.
Dal punto di vista produttivo il passaggio al periodo romano è storicamente segnato dallo sviluppo delle attività economiche: viene abbandonata l’agricoltura basata sulla piccola proprietà contadina per passare al latifondo.

Un tale passaggio non è però così scontato.

Economicamente sembra che il territorio delle Crete abbia fatto fatica a spostarsi verso un’economia di impostazione latifondiaria e si attardi ancora a seguire il modello etrusco.

Nella valle della Merse continua a resistere l’insediamento etrusco già attestato nella fase pre-romana.

La situazione risulta simile anche per i territori di Chiusdino, Radicondoli e Murlo, che in precedenza aveva mostrato un notevole incremento demografico.

Per incontrare il modello latifondiario romano dobbiamo spingerci verso sud, più precisamente nella Val d’Orcia.

Qui, nel I sec. d.C., il distacco dagli stilemi abitativi precedenti diventa tangibile.

In quest’area gli insediamenti sono basati sulla posizione centrale di una villa, di proprietà della famiglia che possiede il fondo, attorno a cui ruota una seria di abitazioni sparse.

Nei pressi di Montalcino e Pienza emerge invece un’impostazione economica diversa, che comprende anche lo sviluppo della pastorizia con villaggi ubicati su terreni argillosi.

La cura degli armenti e l’economia da essa derivante è una caratteristica anche degli insediamenti della Val d’Asso.

Il trend abitativo che contraddistingue il periodo romano, quindi posteriore al I sec., vede il territorio del senese e delle Crete generalmente in notevole calo demografico.

Il Senese presenta quindi un certo collasso della rete insediativa, anche se non mancano di certo i centri produttivi. Essi si dividono principalmente in due tipologie: nei pressi della città di Siena troviamo le ville mentre più distanti le fattorie, con i loro terreni.

Nella zona ad ovest di Siena si riscontra una certa vivacità di insediamenti composti da fattorie e piccole unità poderali sparse.

Nei pressi di Murlo, a cavallo fra III e IV sec., si possono evidenziare alcuni agglomerati urbani formati da abitazioni in terra, tra cui spicca quello di Poggio Castello, che nel Medioevo si trasformerà in nucleo fortificato. Nel periodo romano risulta quindi difficile cogliere elementi sufficienti a definire con precisione la fisionomia economico-abitativa dei nuclei abitativi.

Non è quindi riscontrabile una gerarchia sociale ben definita e il dato che emerge con più chiarezza è sostanzialmente il crollo defintivo del paesaggio antico e la nuova ridefinizione dei profili produttivi, che si svilupperanno nell’alto Medioevo.

 

Già a partire dal VI sec. sarà il cristianesimo l’elemento del tutto nuovo all’interno del panorama senese e cretese. Un esempio in questo senso può essere la pieve di Pava, rinvenuta nei pressi di San Giovanni d’Asso. La costruzione altomedievale ha mostrato origini paleocristiane di grande interesse archeologico, nonché una stratificazione degli elementi rinvenuti che comprende testimonianze comprese tra il secolo VIII ed il XIII.   

RAPOLANO E ASCIANO

 

Mario Evangelista 29/6/2011

Rapolano Terme - Serre di Rapolano - Asciano -
San Giovanni d’Asso - Buonconvento - Murlo - Monteroni d’Arbia - Sovicille

 

Tra pievi, borghi e silenzi

Paesaggi incantevoli, antiche pievi e monasteri. La sensazione che il tempo si sia fermato.

Queste sono le Crete senesi. Esploriamone il territorio alla scoperta dei principali luoghi di culto, testimonianze esemplari delle antiche vestigia del romanico e del gotico.

 

È una Toscana differente quella delle Crete senesi.

Una terra ricca di sorprese inaspettate, particolari tanto minuti quanto sorprendenti, ma soprattutto inadatta ad un turismo “mordi e fuggi”, pena la perdita della sua bellezza, che vive nel dettaglio.

Il percorso che proponiamo si snoda tra i principali borghi di questa terra, in cerca dei luoghi di culto più importanti delle Crete.

Si parte con Rapolano Terme alla scoperta della Pieve di San Vittore, immersa in una calma irreale e sublime, per proseguire con Serre di Rapolano e le sue pievi, senza tralasciare ovviamente la sua splendida grancia.

Asciano ci accoglie con la sua Collegiata di Sant’agata e le altre pregevoli testimonianze romanico-gotiche del suo abitato e il viaggio continua conoscendo le bellezze naturalistiche e architettoniche della parte meridionale di questo territorio, rappresentata dai borghi di San Giovanni d’Asso, Buonconvento, Murlo, Monteroni d’Arbia e Sovicille.  

 

 

Pieve di San Vittore, oasi di quiete
Cominciamo il nostro viaggio nel suggestivo borgo di Rapolano Terme ( » Raccordo Siena-Bettolle, Uscita Rapolano Terme), famoso appunto per le sue acque termali frequentate già in età romana e oggi tuttora conosciute. Prima di arrivare nel paesino conviene fare una sosta presso la suggestiva Pieve di S. Vittore, situata in via Pieve Vecchia.

Percorriamo un sentiero sterrato e accediamo allo spazio retrostante la chiesa, completamente immersa nel verde e nel silenzio.

Si raggiunge l'ingresso attraversando a piedi un piccolo viale alberato, costeggiato sulla destra da sedili di travertino mentre alla nostra sinistra si staglia a perdita d'occhio uno dei paesaggi più belli delle Crete senesi. La pianta della chiesa mostra una struttura a tre navate con un'unica abside semicircolare, tra gli elementi meglio conservati di tutto il complesso.

Nonostante la pieve sia menzionata già nel 1029 in una pergamena della curia aretina, la sua conformazione architettonica presenta numerose stratificazioni stilistiche, risalenti ai secoli successivi. L'abside potrebbe essere considerata il nucleo più antico della costruzione, intorno a cui sono state ricostruite le pareti laterali, probabilmente non esistenti nel sec. XI.

L’ambiente interno ci introduce ad una cristianità intima ed essenziale, fatta di pietra, travi a vista e piccole finestre da cui filtrano fasci di luce che illuminano inaspettatamente le suppellettili.

Tra le opere conservate nella chiesa figura un affresco quattrocentesco di pittore senese ignoto dedicato a Sant'Ansano e una statua policroma della Madonna, conosciuta come la Madonna della Consolazione e posta sull'altare maggiore.

Sulla destra si trova un gruppo ligneo settecentesco di pregevole fattura raffigurante il martirio di San Bartolomeo.

 

 

Il borgo di Rapolano
Lasciata la Pieve di San Vittore saliamo verso Rapolano Terme, un borgo dall’evidente fondazione medievale, riscontrabile nell'assetto urbanistico della cittadina, ricca di viottoli, torri in pietra, porte e  palazzi signorili o istituzionali.

L'insediamento dove oggi sorge l'abitato ha infatti origini etrusco-romane e potrebbe essere stato un punto di riferimento per i frequentatori delle antiche terme poste nelle vicinanze.

La prima testimonianza scritta del paese risale al 1029, anno in cui viene citata la Pieve di San Vittore di Rapolano, che abbiamo appena visitato. Similmente a quanto accaduto ad Asciano, Rapolano ha avuto vita non facile data la sua posizione privilegiata come castello di frontiera.

Il borgo ha subito numerosi assalti soprattutto durante il XIII e XIV sec. in cui si sono susseguite battaglie importanti legate alla rivalità tra Firenze e Siena. Nel 1306 il governo senese decide addirittura di abbattere tutta la cinta muraria per evitare che i ghibellini d'Arezzo possano sfruttare Rapolano come punto strategico di attacco.

Numerosi sono stati i danni subiti nel 1559, in seguito alla capitolazione della Repubblica senese avvenuta per mano dei fiorentini.

Il comune di Rapolano come oggi è costituito viene creato nel 1777, per volere del Granduca Pietro Leopoldo, che ha aggregato alla cittadina le comunità di Serre, Armaiolo e Poggio Santa Maria unitamente ai comunelli di San Gimignanello, Modanella, Lati Castelli, Campiglia d'Ombrone e Castiglion Baroti.
Per entrare nel paese si può percorrere via Roma e salire dalla parte posteriore dell'abitato, attraversando un piccolo arco a sesto acuto, oppure è possibile seguire viale Mazzini, che ci introduce in piazza Matteotti, preceduta da una suggestiva casa-arco.

Sulla piazza notiamo la facciata in mattoni rossi della Chiesa della Misericordia, incastonata tra due ignare abitazioni. Nonostante la sua struttura a navata unica suggerisca una fondazione di stile romanico/gotico la chiesa è arredata in pieno modo Settecentesco, con largo uso di stucchi policromi e colonnine in finto marmo, dai capitelli corinzi ornati con motivi acantiformi.

All'apice del baldacchino dell'altare troviamo una figura maschile benedicente che riprende gli stilemi espressivi delle ceramiche invetriate della famiglia della Robbia.

La chiesa custodisce inoltre un San Sebastiano opera del pittore senese Lorenzo Feliciati, attivo nella metà del XVIII sec.

Uscendo dalla chiesa ritorniamo in piazza Matteotti e incamminiamoci sulla destra dove possiamo percorrere via dei Monaci. Dopo pochi metri incontriamo il Museo del presepe, ospitato in un portone di un antico palazzo.

L'attività autonoma dell'associazione comincia nel 1994 con la realizzazione di presepi comprendenti scorci di Rapolano in scala 1:10.

Ad oggi praticamente tutto l'abitato è stato riprodotto e i presepisti hanno rivolto lo sguardo all'esterno del borgo in cerca di nuovi elementi architettonici da aggiungere ai loro presepi.

La riproduzione in scala 1:14 della Pieve di San Vittore, contenuta nell'omonima chiesa, è di loro realizzazione e comprende oltre alla riproposizione fedele dell'edificio anche personaggi in costume d’epoca. Sempre in via dei Monaci troviamo sulla sinistra l'Arcipretura di Santa Maria Assunta.

La chiesa è stata consacrata nel 1646 e nei secoli ha subito numerosi rifacimenti, tra cui il più importante è senz'altro quello svoltosi intorno al 1830, anno in cui l’ambiente interno è stato profondamente modificato.

Vi sono conservate diverse opere figurative di pregio tra cui spicca sull'altare la cosiddetta Madonna del Latte, attribuita al pittore trecentesco Paolo di Giovanni Fei, mentre sulla navata sinistra troviamo un'opera attribuita al pittore Astolfo Petrazzi da Siena, i Santi Giacomo, Sebastiano e Rocco oranti e un Beato Bernardo Tolomei, dipinto dal Lorenzo Feliciati.

Sulla navata destra abbiamo una Madonna Assunta, dipinta intorno alla metà del Seicento da anonimo autore romano e una raffigurazione di San Francesca Romana attribuita al pittore senese Deifebo Burbarini, attivo nel XVII sec.

Nella parte posteriore della chiesa si affaccia il coro, comprendente anche resti di elementi di un organo a canne probabilmente settecentesco.

Continuando a seguire via dei Monaci ci dirigiamo verso la Porta dei Tintori, il varco cittadino più antico e meglio conservato di tutta Rapolano.

La porta offre una visuale speciale del territorio contornante il borgo, lasciando senza parole il viaggiatore che si è imbattuto quasi per caso in questa cartolina vivente.

 

 

Tra vicoli e grancieri a Serre di Rapolano
Il minuto borgo di Serre è un presepe, ornato da vicoli e viottoli.

Ad ogni passo sorprende il viaggiatore con un particolare nascosto, che arricchisce la visita di quel quid in grado di rendere speciale un viaggio.

La sua prima testimonianza storica documentata risale al 1175, quando il borgo è uno dei punti di riferimento del Comune di Siena contro i conti della Scialenga, signori di Asciano.

Serre è diventato di proprietà della famiglia Cacciaconti nel XIII sec., su affidamento di Federico II, e in seguito incluso nel contado senese, anche se più volte nel corso dei secoli è stato utilizzato come punto di attacco nei confronti del governo cittadino comunale.
Per salire al paese imbocchiamo la via Serraia che ci porta fino a piazza Matteotti.

Ad accoglierci troviamo la Cappella di Piazza, un'edicola a colonne dalla pianta quadrangolare di fattura molto antica, ma difficilmente databile a causa dei numerosi interventi di restauro.

Oggi la cappelletta ospita il monumento ai caduti con al centro una rappresentazione marmorea de La Pietà ma un tempo ospitava la Compagnia di Santa Elisabetta.

I restauri novecenteschi hanno riportato alla luce alcuni affreschi quattrocenteschi nonché le decorazioni delle volte dai colori ancora smaglianti. Percorrendo la leggera salita di via Fratelli Rosselli arriviamo in una piccola piazzetta che ci introduce al Museo dell'Antica Grancia e dell'olio.

La Grancia di Serre è stato per secoli il centro produttivo del paese, oggi chiaramente inattivo ma ben conservato.

Al suo interno sono state ricavate alcune sale espositive per degustazioni di prodotti locali e un museo dell'olio, che ricostruisce con semplicità le fasi di lavorazione del prezioso prodotto così come si svolgevano all'inizio del Novecento, conservandone all'interno anche i macchinari originali.

Entrare nel Museo è un ottimo modo per capire l'importanza delle grance nello sviluppo economico e sociale del territorio delle crete senesi.

Al desk potrete trovare numerose pubblicazione qualora vogliate approfondire le vostre conoscenze sull'argomento.

Ci dirigiamo adesso verso via Val di Piazza per visitare la Chiesa della Compagnia di Santa Maria della Misericordia, immersa nell'abitato e quasi nascosta dalla semplicità della sua facciata.

L'interno dell'edificio presenta un'unica navata, su cui si sviluppa un ciclo pittorico dedicato alla Vita di Santa Caterina da Siena realizzato in sedici tele e presumibilmente del XVII sec.

Due delle tele presenti nel ciclo sono attribuibili all'opera del pittore Astolfo Petrazzi, artista senese attivo nel Seicento.

Uscendo dal borgo di Serre e dirigendosi verso Asciano si incontra la Pieve di S. Andreino, posta ai margini di una cava di travertino e incorniciata dai cipressi, in località Le Cave.

È uno dei pochi edifici religiosi della zona a conservare intatte le caratteristiche stilistiche del romanico.

La struttura è a navata centrale con un’unica abside semicircolare, tutta realizzata in travertino. L'uniformità dei materiali utilizzati garantisce che l'edificio non sia stato profondamente modificato nel corso dei secoli.

La sua fondazione è infatti molto antica e risale presumibilmente al XII sec.

All'interno è presente un unico altare su cui fino alla metà dell'Ottocento figurava un polittico frammentario di Paolo di Giovanni Fei, raffigurante la Madonna col bambino e i santi Giovanni Battista, Andrea, Francesco e il profeta Daniele.

L'opera ora si trova nella pinacoteca nazionale di Siena.

Dirigendosi verso via Salaia è possibile visitare anche la Pieve dei Santi Andrea e Lorenzo, facilmente riconoscibile dall'alto campanile in stile neogotico con apice in mattoni rossi.

La chiesa viene già ricordata nel 1252, ma la sua costituzione in stile neo-romanico è frutto di una ricostruzione del XX sec. che ha interessato anche il campanile.

All'interno è di grande pregio artistico la Cappella della famiglia Cacciaconti, che prese possesso del borgo di Rapolano nel 1234.

La cappella contiene il monumento funebre a Cacciaconte Cacciaconti, preceduto da un ottimo esempio di lavorazione trecentesca del metallo, una cancellata ad opera dell'artigiano Lotino di Toro.

Di grande interesse è anche la statua marmorea del Cristo benedicente, perfettamente conservata, la cui realizzazione è attribuita a Giovanni di Agostino, artista senese nato nel 1311. 

 

 

ASCIANO |  Pievi e “garbo”
Il nostro trekking urbano continua e si sposta nel paese di Asciano, a una manciata di chilometri da Serre di Rapolano (» SP64 e SP26). Il borgo ascianese è una piacevole sorpresa per il viaggiatore che ama la tranquillità e le mete turistiche poco frequentate.

La cittadina è adagiata nel cuore delle Crete Senesi ed è contornata da dolci declivi collinari e paesaggi dai colori surreali.

Asciano è il classico esempio di borgo dell’alta valle dell’Ombrone e ancora oggi si mostra in tutta la sua bellezza avvolto dalle mura perimetrali databili intorno alla metà del XIV sec.

La sua storia è stata alquanto burrascosa a causa dell’ottima posizione strategica. Nell’XI sec. il borgo è di proprietà dei conti della Scialenga, possessori anche di gran parte del territorio corcostante.

La famiglia non riesce a mantenere il paese tra le sue proprietà, che nel 1168 entra a far parte dei domini senesi. Da allora Asciano ha provato più volte a ribellarsi ottenendo la cittadinanza senese soltanto nel 1369.

La sua importanza come centro economico attira a metà del Cinquecento l’attenzione di Firenze, che nel 1555 riesce a sottomere la città di Siena e con essa anche il borgo ascianese.

Già a quel tempo la cittadina è conosciuta con l’epiteto di Città del Garbo.

La storia vuole che questo appellativo alquanto singolare sia stato assegnato al borgo in seguito all’apporto fondamentale delle sue milizie a sostegno di Siena nella battaglia di Montaperti (4 settembre 1260.

Lo scontro si svolse tra truppe guelfe fiorentine e truppe ghibelline senesi).

Il valore militare di Asciano è stato tale da far esclamare a un ufficiale dell’esercito senese la celebre frase « Garbati ascianesi! ».

Da allora il borgo viene definito “Città del Garbo” e questo appellativo lo si ritrova ancora nella toponomastica dei luoghi cittadini, come nel caso del Ponte del Garbo, situato sulla via provinciale Lauretana, verso Siena.

 

 

Il fascino romanico della collegiata di Sant’Agata
Nonostante le numerose battaglie sostenute da Asciano all’interno delle sue mure ancora si conservano splendidi edifici sia sacri che profani, tra cui spicca la Collegiata di Sant’Agata.

Per raggiungere questa pregevole testimonianza del romanico toscano percorriamo a piedi via Matteotti e ci lasciamo condurre fino al centro del borgo, di fronte alla facciata della chiesa.

La collegiata è stata edificata a partire dalle rovine di un tempio pagano.

Nell’anno Mille infatti sorgeva ancora ad Asciano il tempio di Venere, in quegli anni ormai dismesso e in decadimento.

Gli ascianesi decidono però di recuperare il sito e di convertire il tempio pagano in luogo di culto cristiano. Nel 1045 la chiesa viene designata come pieve nel momento in cui il fonte battesimale di Sant’Ippolito, appartenente all’omonima chiesa plebana, viene trasferito all’interno del nuovo edificio religioso dove ancora oggi è collocato.

L’erezione in Collegiata è avvenuta in seguito, nel 1542.

L’edificio è un ottimo esempio di transizione architettonica tra lo stile romanico e quello gotico, riuscendo ad unire caratteristiche importanti di entrambe le correnti.

La pianta della chiesa è a croce latina con tre absidi: ai due bracci trasversali con piccole absidi si unisce anche un ulteriore ambiente non simmetrico sulla parte sinistra, oggi adibito a cappella della confessione. Di stile romanico è sicuramente tutta la zona del presbiterio, che presenta proporzioni uniformi ma differenti rispetto alla navata centrale.

Quest’ultima mostra un possibile rimaneggiamento architettonico del XIII sec., palese nella maggiore grandezza degli spazi e nei finestroni ogivali.

La cupola ha la particolarità di essere rivestita da uno stretto tiburio a base ottagonale mentre il campanile è la parte più antica di tutto il complesso e si trova in prossimità della tribuna.

Entrando nella Collegiata si possono ammirare alcuni affreschi di notevole interesse: sulla parete destra troviamo una Madonna con Bambino e Arcangeli attribuita a Luca Signorelli o a Girolamo del Pacchia e sulla sinistra una Pietà attribuita al Sodoma (Giovanni Antonio Bazzi o de' Bazzi detto il Sodoma).

Degli affreschi cinquecenteschi presenti all’interno della chiesa sono rimaste soltanto alcune testimonianze, a causa della forte opera di restauro/ricostruzione in pieno stile ottocentesco condotta dall’architetto Giuseppe Partini nel 1885.

Uscendo dalla Collegiata è possibile visitare l’adiacente Museo di arte sacra, in cui sono conservate opere scultoree e figurative del Trecento e Quattrocento, provenienti da Sant’Agata e da altre chiese circostanti. Tra gli autori più importanti rappresentati nel museo troviamo Ambrogio Lorenzetti, Matteo di Giovanni, il Maestro dell’Osservanza e il Valdambrino.

Continuando a percorrere corso Matteotti, che taglia in due tutto il paese, costeggiamo Palazzo Tolomei, proprio di fronte la Collegiata, e il museo etrusco, che raccoglie testimonianze archeologiche rinvenute nel territorio delle Crete Senesi, ad ulteriore conferma della secolare storia di questa terra.

Da corso Matteotti è possibile deviare verso Piazza del Grano, l’antico centro mercantile di Asciano, in cui fa bella mostra di sé la fontana realizzata nel 1465 dallo scultore Antonio Ghini.

La fonte include ai piedi della vasca alcuni simboli classici dell’allegorismo quattrocentesco come la cornucopia (l’abbondanza) o la chiocciola (la costanza).

L’elemento centrale da cui zampilla l’acqua poggia su una base a sezione triangolare su cui spiccano gli stemmi dei podestà Palmieri e Nanni, committenti della fontana, e quello del paese di Asciano.

 

 

 

La chiesa di Sant’Agostino
Lasciamo la piazza della fonte e ci dirigiamo nuovamente verso il corso: incontriamo così la Chiesa di Sant’Agostino, riconoscibile dalla facciata finemente restaurata in mattoni rossi.

L’edificio è stato costruito nel XIII sec. insieme all’annesso convento dei frati Agostiniani.

L’assetto architettonico a navata unica lascia ancora intravedere la sua origine romanica/gotica, anche se i numerosi restauri susseguitisi nel corso dei secoli hanno modificato profondamente la struttura, che oggi si presenta secondo le direttrici stilistiche tipiche del Cinquecento e Seicento.
Alla nobile famiglia Scotti si deve, nel XV secolo, l'ampliamento della chiesa e la costruzione della nuova facciata, arricchita da una doppia scala con una loggetta in travertino.

L'intervento di restauro è ricordato da un’iscrizione posta su un mattone a sinistra della porta e datata 1472.
Fino al 1808 la chiesa è stata custodita dai Padri Agostiniani, che edificarono anche il convento attiguo.

In seguito alle soppressioni napoleoniche l’edificio è stato acquistato e chiuso ai fedeli.

Per la riapertura bisognerà attendere il 1857, anno in cui la famiglia Vegni la consegnerà in dono, completa di arredi, al Pio sodalizio della Confraternità di Misericordia e Santo Chiodo.
Entrando attraverso il grande portone ligneo possiamo osservare la struttura a navata unica ornata da stucchi e piccole cappelle di gusto prettamente Seicentesco, abbellite da colonnine corinzie e arcate a tutto sesto. Tra le opere conservate nella chiesa spicca il piccolo Crocifisso ligneo policromo opera del celebre scultore e architetto trecentesco Giovanni Pisano.

Assieme alle opere dello scultore erano ospitati alcuni capolavori del celebre pittore Matteo di Giovanni (conosciuto anche con il nome di Matteo da Siena, ma in realtà nato a Sansepolcro nel 1430) tra cui spiccano una Madonna in trono col Bambino, venerata come Madonna delle Grazie, la predella con le Storie di Santa Caterina d'Alessandria e quattro Santi, unico superstite di un polittico, oggi collocate nel Museo d'arte sacra incontrato poc’anzi.
Usciamo dalla chiesa di Sant’agostino e percorriamo nuovamente corso Matteotti, questa volta dirigendoci verso via Roma. Arrivati alla piccola piazzetta del monumento ai Caduti ci inerpichiamo per via San Francesco per raggiungere la chiesa dedicata al santo di Assisi, altra testimonianza architettonica di rilievo in quel di Asciano.

A salita terminata la Chiesa di San Francesco si mostra in tutta la sua misteriosa bellezza, avvolta dalla natura e sospesa in un limbo senza tempo. Lo sguardo incontra la sua facciata in stile romanico/gotico, modificata nel corso dei secoli da numerosi rimaneggiamenti.

La chiesa è stata eretta nel XIII sec. insieme all’ampio complesso conventuale sulle rovine di un cassero medievale, un edificio fortificato presumibilmente circondato da mura perimetrali.

Entrando si può notare la struttura ad un’unica navata, con travi del soffitto a vista e la rivisitazione degli ambienti interni secondo il gusto seicentesco.

Le pareti sono adornate da affreschi di pregevole fattura ascrivibili alla scuola pittorica senese. Tra questi i più rappresentativi sono senz’altro la serie delle Storie di Cristo del pittore Jacopo di Mino del Pellicciaio, artista senese del XIV sec., e le Storie di Santi dipinte nei secoli XII e XIV da autori ignoti. Di notevole interesse è la cappella presbiteriale destra, finemente decorata con affreschi del XIII e del XIV secolo tra i quali figura il Martirio di Santa Caterina d'Alessandria. Usciamo dalla chiesa e ripercorriamo corso Matteotti nella direzione opposta per arrivare nella località di Camparboli, dove è possibile visitare la piccola cappella dei santi Fabiano e Sebastiano, la cui costruzione è originaria del XII sec., anche se è stata dedicata alla coppia di Santi soltanto in seguito.

Per la sua conformazione architettonica ad ambiente unico e per la sua piccolezza la cappella è stata senza dubbio una chiesa di campagna esterna all’abitato di Asciano, anche se oggi si affaccia sulla strada ed è contornata da altri edifici.

Al suo interno si può ammirare lo splendido affresco di Girolamo di Benvenuto, l'Assunzione della Vergine, finemente restaurato e inserito in elementi architettonici affrescati in trompe l’oeil che ricordano le sperimentazione prospettiche del Quattrocento di Paolo Uccello.

 

 

S. Giovanni d'Asso - Chiesa di San Pietro in Villore
Raggiungiamo il borgo di S. Giovanni d'Asso proseguendo dopo Asciano ( » SP 26 e SP 60) per visitare la piccola chiesa di San Pietro in Villore, situata nei pressi della ferrovia oltre l'abitato e immersa nel verde circostante il borgo.

Le prime testimonianze della chiesa risalgono al 714, anno della celebre controversia fra la chiesa aretina e quella senese.

La costruzione è tra le più antiche incontrate nel nostro viaggio e ha conservato ottimamente i caratteri romanici della sua fondazione. Sulla facciata sono ben visibili le colonnine che un tempo delimitavano probabilmente un portico, poi inglobato nella costruzione.

La struttura della chiesa presenta una pianta di forma rettangolare a una sola navata, con abside semicircolare a calotta sferica e ha inoltre una cripta splendidamente conservata, priva di ogni rimaneggiamento posteriore e dallo schema architettonico di grande chiarezza.

L'omogeneità stilistica della cripta la rende una delle testimonianze architettoniche più pregevoli della zona delle Crete senesi, mostrando caratteri costruttivi assai anteriori rispetto agli edifici religiosi incontrati e risalenti al IX sec.


 
Buonconvento - Pieve di Sant'Innocenza a Piana
Ci dirigiamo ora verso Buonconvento e raggiungiamo la Pieve di Sant'Innocenza nella località di Piana ( » SP Murlo - SC della Piana).

La particolarità della Pieve sta nella sua struttura architettonica, un ottimo esempio di architettura fortificata in stile senese risalente ai secoli XIII-XIV.

L'edificio religioso è così incluso in un grande complesso comprendente anche la porta, la cinta muraria e il campanile. Nonostante la prima testimonianza documentata della Pieva risalga al 1081 le sue caratteristiche architettoniche rimandano agli stilemi del gotico, soprattutto l'utilizzo di materiali diversi dal classico travertino come ad esempio il cotto.

All'interno la struttura a navata con capriate a vista lascia ancora intravedere gli elementi romanici dell'antica fondazione mentre non si è conservato altrettanto bene il patrimonio figurativo, che risulta danneggiato e frammentario.

Degli affreschi una volta presenti rimangono alcune testimonianze trecentesche: una raffigurazione di San Cristoforo e una del Beato Franco da Grotti.

 

 

 

Murlo - Chiesa di Sant’Andrea a Frontignano
Il piccolo centro di Murlo è completamente contornato dal classico paesaggio delle Crete senesi e per goderne al meglio partiamo da Buonconvento e ci dirigiamo verso Bibbiano per poi raggiungere la nostra meta (» SP34C-D), evitando la Cassia e potendo così immergerci totalmente in questa natura spettacolare.

Pochi minuti e finalmente siamo giunti nell’abitato, tanto contenuto quanto affascinante per la sua quiete lontana dalla freneticità della vita di città.

A Murlo i ritmi sono tutt’altro che rapidi e lo si può ben capire percorrendo via Roma, su cui si affaccia il Comune, e tagliando in due tutto il paese.

La bellezza del centro merita di essere scoperta senza un programma preciso, lasciandosi andare tra vicoli e giardini che donano a Murlo un fascino ed un profumo inattesi.

Lasciamo il paese e andiamo a scoprire una testimonianza molto particolare del romanico senese, restaurata nel Novecento e in parte riportata al suo antico splendore, la Chiesa di Sant’Andrea, a Frontignano.

Vi si arriva grazie alla Strada Provinciale di Murlo (SP33 e SS223) dopo soli venti minuti di viaggio. La chiesa è pressoché invisibile dalla strada e vi si può accedere soltanto affrontando una ripida salita che si consiglia di percorrere a piedi.

Il fascino di questo luogo di culto non risiede tanto nel suo valore storico.artistico, che pure è di gran pregio, ma nella posizione privilegiata di cui gode, riuscendo con un solo colpo d’occhio ad abbracciare l’intera valle del fiume Merse, impreziosita da ruderi di torri, mulini, castelli e piccole pievi di campagna.

Per quanto riguarda la chiesa il restauro del XVIII secolo ha riportato alla luce la piccola porticina romanica che per secoli è stata relegata ad ingresso secondario.

La porticina è poi delimitata da un’alternanza di travertini e marmo nero, particolare che la avvicina stilisticamente ad altre testimonianze romaniche della zona.

Il restauro è stao in grado di ridonare a questa chiesa la mistica atmosfera che nei secoli addietro l’ha resa un luogo unico di preghiera e ascesi.

All’interno sono conservati due affreschi di un ignoto pittore settecentesco e una tavola dell’artista figurativo Sano da Pietro, nato a Siena nel 1405 e attivo anche come miniatore.

 

 

Monteroni d'Arbia - Cappella Pieri Nerli
Ci incamminiamo verso Monteroni percorrendo la strada che ci guida verso Bagnaia e Grotti ( » SP23 e SR2 verso Quinciano ) in cerca della Cappella Pieri Nerli, situata fuori dal centro abitato nella zona di Quinciano.

La cappella è una delle numerose testimonianze del purismo senese, corrente artistica che si è sviluppata nella seconda metà dell'Ottocento e che recupera stilemi medievali e umanistici coniugandoli alle rinnovate istanze espressive del neoclassicismo.

L’edificio in questione è stato commissionato dal conte Ferdinando Pieri Nerli all'architetto Giulio Rossi, che, prematuramente scomparso, è stato sostituito Giuseppe Partini fino alla conclusione del progetto nel 1861.

In genere le piccole cappelle di campagna oggetto di devozione hanno una struttura a navata centrale molto semplice con arredi altrettanto essenziali.

Il Purismo ha portato grandi modifiche a questa concezione architettonica trasformando l’edificio stesso in opera d’arte e di culto allo stesso tempo.

La cappella Pieri Nerli ha pianta ottagonale con tre piccoli ambienti ortogonali alla pianta posti sui lati più un ingresso stilisticamente difforme dall'impianto quattrocentesco, un portale di derivazione gotica. Le quattro finestre poste sulla piccola torretta rimandano con evidenza alla cattedrale di S. Maria del Fiore di Firenze.

All'interno troviamo opere scultoree di Tito Sarrocchi e alcuni lavori figurativi di Cesare Maccari.

 

 

Sovicille - Pieve di San Giovanni Battista a Rosia
Da Quinciano ci spostiamo verso un altro piccolo borgo, Sovicille (SR2 e SP73bis) in cerca della Pieve di San Giovanni Battista, presso Rosia.

Nonostante la chiesa sia esterna all’abitato del paese conviene fermarsi e godere dell’atmosfera di Sovicille, che, similmente a Murlo, offre uno spaccato di vita sospeso nel tempo.

Raggiungiamo il borgo di Rosia ( » SP73bis) e ci incamminiano verso la chiesa, che si trova nel centro abitato.

L’edificio presenta una pianta quadrangolare il cui orientamento è stato modificato rispetto all’originale di epoca romanica. Molto probabilmente questo radicale cambiamento è stato opera di restauri trecenteschi. Lo confermerebbe l’iscrizione posta sul fonte battesimale indicante l’anno 1332. Sicuramente l’elemento di maggior pregio di tutto il complesso è lo splendido campanile a base quadrata, uno dei più belli e meglio conservati di tutto il territorio.

Il campanile presenta quattro ordini di finestre dal numero crescente dal basso verso l’alto perfettamente conservate e dalla derivazione lucchese.

La datazione ricavata dagli elementi stilistici fa pensare al XII sec, anche se l’incredibile stato di conservazione lascerebbe intendere origini recensiori.   

Spalletta
Museo dell’Antica Grancia e dell’Olio
Serre di Rapolano
La grancia di Serre di Rapolano è una struttura fondamentale per questo piccolo borgo, che si è sviluppato attorno ad essa nel corso dei secoli. La struttura è stata creata dall’ospedale senese di Santa Maria della Scala per poter meglio controllare il patrimonio fondiario altamente frazionato di suo possesso.

Patrimonio che cresceva di pari passo con la pratica consolidata delle donazioni da parte delle nobili famiglie del territorio. La grancia è stata attiva fino al XVIII sec. ed in seguito è stata venduta a privati. Nel 2000 il comune di Serre è riuscito a renderla di nuovo visitabile costruendovi un museo.

Nella parte inferiore del museo potrete visitare la fedele ricostruzione con macchinari originali dell’ultimo frantoio attivo nella grancia.

Nella parte superiore gli ambienti sono stati restaurati e possono ospitare conferenze (è il caso dell’antica sala del Granciere), degustazioni di prodotti locali ed eventi di vario tipo.

Oltre a ciò è disponibile sullo stesso piano una sezione dedicata alla storia delle grance, arricchita da elementi multimediali e ipertestuali.

Al pian terreno potrete trovare numerose pubblicazioni riguardanti tutti gli aspetti e i comuni del territorio delle Crete senesi, dall’archeologia, all’arte fino alla gastronomia.

La grancia diventa così snodo culturale e icona identitaria di una intera comunità territoriale.

 

 

 

1. LA VIA DELLE GRANCE E DEI CASTELLI

 Suggestioni di viaggio:

- Palazzo Imperiale e Antica Grancia di Serre di Rapolano (Rapolano Terme)

- Castello di Modanella (Rapolano Terme) X

- San Gimignanello alle Serre (Rapolano Terme) X

- Il borgo medievale di Armaiolo (Rapolano Terme) X

- Castello di Gallico (Asciano)

- Leonina (Asciano) si

- Torre a Castello (Asciano)

- Grancia di Cuna (Monteroni d’Arbia) X

- Mulino ad acqua fortificato (Monteroni d’Arbia)

- Castello di Saltennano (Monteroni d’Arbia)

- Castello di San Fabiano (Monteroni d’Arbia)

- Grotti (Monteroni d’Arbia)

- Castello di Murlo (Murlo)


 


 

AZIENDE

AZIENDE

AZIENDE

 

 


freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
Consorzio vini DOC Grance Senesi | Sede Legale: Rapolano Terme (SI) Via dell'Antica Grancia snc, 53040 - Serre di Rapolano Il Museo della Grancia - C.F. 01313090522
APPROFONDIMENTO TERRITORIO DI SOVICILLE APPROFONDIMENTO TERRITORIO DI MURLO APPROFONDIMENTO TERRITORIO DI MONTERONI D'ARBIA APPROFONDIMENTO TERRITORIO DI ASCIANO APPROFONDIMENTO TERRITORIO DI RAPOLANO TERME